giovedì 9 luglio 2015

I ciechi e l’elefante – Parabola buddista

C’era una volta un re che ordino’ al suo ministro: “Riunisci in una piazza tutti gli uomini del regno, che sono ciechi fin dalla nascita!”. Il ministro esegui’ l’ordine e quindi lo annunzio’ al re. Questi si reco’ sulla piazza, dov’erano riuniti i ciechi, ed ordino’ che ognuno di essi toccasse l’elefante reale, per poi dirgli a che cosa l’elefante somigliasse.L’elefantiere fece toccare ad alcuni ciechi la testa, ad altri le orecchie, ad altri le zanne, ad altri la proboscide, ad altri il ventre, ad altri le gambe, ad altri il dietro, ad altri il membro, ad altri la coda; sempre a tutti dicendo: “Questo è l’elefante!”.
Poi il re si accosto’ ai ciechi e chiese loro se avessero toccato l’elefante. “Si’, Maesta’!” risposero. “Allora ditemi a che cosa rassomiglia l’elefante?” E i ciechi cominciarono a descrivere a modo loro l’elefante.
Quelli che avevano toccato la testa dissero:
“Maesta’, l’elefante rassomiglia ad una caldaia.”
Quelli che avevano toccato le orecchie dissero:
“Maesta’, l’elefante rassomiglia ad un ventilabro.”
Quelli che avevano toccato le zanne dissero:
“Maesta’, l’elefante rassomiglia ad un vomere.”
Quelli che avevano toccato la proboscide dissero:
“Maesta’, l’elefante rassomiglia ad un manico d’aratro.”
Quelli che avevano toccato il ventre dissero:
“Maesta’, l’elefante rassomiglia ad un granaio.”
Quelli che avevano toccato le gambe, dissero:
“Maesta’, l’elefante rassomiglia a colonne.”
Quelli che avevano toccato il dietro, dissero:
“Maesta’, l’elefante rassomiglia ad un mortaio.”
Quelli che avevano toccato il membro, dissero:
“Maesta’, l’elefante rassomiglia ad un pestello.”
Quelli che avevano toccato la coda, dissero:
“Maesta’, l’elefante rassomiglia ad uno scacciamosche.”
E, siccome ognuno sosteneva la sua opinione, cominciarono a discutere e finirono con l’accapigliarsi e percuotersi, gridando: “L’elefante rassomiglia a questo, non a quello! Non rassomiglia a questo, rassomiglia a quello!”. E il re si diverti’ a quella zuffa.
(Udana VI, 4, 66-69)
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